mercoledì 21 novembre 2012

Innua

Cari amici, ecco un mio nuovo racconto, uscito il 31 ottobre in occasione di Halloween, nell'Antologia "I fuochi di Samhain" di Speechless Magaine. Enjoy!

Inuit seppe di essere morta nel momento in cui il pugnale d’osso le trafisse il cuore.
Un soffio leggero le uscì dalle labbra. Alcuni, la maggior parte, dissero che era stato il respiro della luce e che il suo spirito era salito agli Dèi. Altri videro nel cielo terso della notte una manciata di stelle raggrupparsi fino a formare il profilo di un aquila: l’animale totem che l’aveva guidata nella sua breve vita. Ed era stata forte, Inuit. Forte e fiera come il grande uccello sacro. Quando gli spiriti del bambini fecero sorgere l’aurora boreale, la Madre Bianca le mise al collo una collana di quarzi e un tupilak intagliato in osso di foca, poi la fece deporre su un giaciglio di pelli di yak, tra le candide braccia della terra. Esposta al vento violento e gelido, e al pallido sole, nella sua grande casa di ghiaccio, Inuit sembrava che dormisse. La gente del villaggio le fece cerchio intorno. Cominciò a intonare nenie per accompagnarne il viaggio. La Madre Bianca crollò in ginocchio tra la neve che danzava tra i colori e reclinò il capo all’indietro. Sapeva che presto sarebbero arrivati: li sentiva muoversi nell’aria gelida che le sferzava il viso come una frusta. Il ghiaccio insegna a vedere, a distinguere i contorni dell’invisibile, e la visione cominciò a prendere forma nella sua mente. Erano venuti lì. Erano venuti a prendere Inuit. La sua innua. Avrebbe dovuto lottare con lo spirito di un cacciatore, farsi guidare dalla sua vista e dal suo udito acuto per sentirli. Passi sulla neve, un sussurro sulla nuca. I Taqriaqsuit. Mahaha non avrebbe tardato. La forza arrivò. La invase con la potenza del fiume, la solidità della roccia, il fragore del lampo. Non era più la Madre. Era un grosso animale bianco e aveva lunghi artigli affilati. Lo spirito dell’orso, il suo. Lottò contro il demone dalla pelle blu e dai lunghi capelli che si attorcigliavano come spesse corde intorno ai suoi arti.
Lo sconfisse, ma non riuscì a batterlo. Con un grido acuto, Mahaha scomparve insieme ai suoi demoni. Il respiro dell’orso bianco rallentò, così come i battiti del suo cuore. Si accucciò ai piedi di Inuit e la vegliò per tutta la notte. Sarebbero tornati di nuovo per rapire il respiro della luce e trasformarlo in qualcosa di oscuro, in qualcosa di potente e maligno che avrebbe dominato il cielo, i ghiacci e i loro spiriti.  

Mi chiamo Inuit e appartengo al Popolo delle Nevi.
Alla mia nascita, fui consacrata dalla Madre Bianca al culto della Dea della Luce. Mi dissero che ero stata concepita per questo. Ero una creatura della Dea e tutta la mia vita fu destinata a servirla. Io e le mie sorelle ci svegliavamo al sorgere del sole per sacrificarle piccoli conigli bianchi e intonare canti.
Trascorrevamo le giornate a intagliare amuleti e a curare la nostra gente. Eravamo le custodi della saggezza del popolo e della bianca luce che illuminava i giorni. Finché saremmo state in vita, gli Inuit avrebbero prosperato e vissuto in armonia. Finché avremmo mantenuto acceso il fuoco sacro ai piedi del gigante di ghiaccio, la Dea ci avrebbe protetto. Fu nel giorno in cui una volpe dal manto accecante mi passò davanti agli occhi, come un presagio di fuggevole innocenza, che tutto cambiò. Ero intenta a raccogliere licheni ed erica selvatica, quando Yuit mi aggredì alle spalle. Cercai di difendermi, gli graffiai il volto, ma ero solo un esile corpo nelle mani di una forza brutale. Invocai la Dea, mentre mi strappava la tunica e, allora, in un ultimo, disperato, slancio gli conficcai le dita negli occhi. Affondai con rabbia fino a sentirlo urlare, fino a sentire il sangue scorrermi viscido e caldo sulle mani. Mi gettò a terra con una spinta, fu sopra di me. Mi teneva ferma tra le sue gambe, ghignava come se non sentisse dolore. Un colpo. Poi un altro più a fondo. Il pugnale mi si piantò nel cuore. Yuit si chinò su di me, mi afferrò per i capelli. Non era più il suo viso quello che stavo guardando, ma quello terribile di Mahaha, il demone. Il vento spira, violento e gelido, spazza via i fiocchi di neve facendoli mulinare sul mio viso. Non ho freddo. Le pelli mi avvolgono nel loro calore. Vedo in lontananza il fuoco della Dea brillare alto e vivido, rilucere contro il ghiaccio. Il tintinnare degli amuleti che adornano le braccia della mie sorelle mi culla come la voce di una madre. L’orso, ai miei piedi, è vigile. E’ lì a proteggermi, lo so. Avverto un respiro sulla fronte. Il viso si fa di pietra. Vorrei aprire gli occhi, ma non posso. Dietro le palpebre socchiuse, una luce blu mi ferisce lo sguardo. Un peso grava su di me, mi striscia addosso, si srotola come un viscido serpente. Le sue spire si stringono intorno alle gambe, alle braccia, il tocco ruvido mio graffia il collo. Di colpo, spalanco gli occhi. La pelle blu di Mahaha è contro di me. Sa di umido e pesce marcio. Le pupille cieche, due globi bianchi, mi fissano immobili. Spalanca la bocca, un gorgo nero, spaventoso. I denti, piccoli e aguzzi come punte di selce, tentano di strapparmi brandelli di carne. I demoni seguaci mi sono intorno, vogliono afferrarmi. Il loro bagliore oscuro entra nel petto. Cercano l’innua, la bramano. Vogliono strapparmela dal corpo. Le membra si agitano, sobbalzano, scosse da una danza invisibile. L’orso ringhia, si solleva sulle zampe posteriori. La figura gigantesca oscura il sole. Lo spirito della Madre Bianca si stende su di me come una benedizione: mi protegge. Mahaha si ritrae, sento il suo sibilo penetrarmi tra le ossa. Le onde gelide dei suoi capelli mi sfiorano il viso. Poi, un calore divampa in me. Fiamme danzano nel mio essere e fuori, si confondono con il fuoco sacro della Dea. Divampa alto contro la purezza del cielo, vedo il mio viso riflesso tra i barbagli del colore dell’aurora. Sono Inuit. Sono la Dea. Sono la terra. Tutto è in me. Le mie sorelle alzano il canto, le loro mani si uniscono per accogliermi. Intrecciano amuleti tra i miei capelli e il grido dell’aquila sorge in me. Lo avverto, avverto il vigoroso battito d’ali, vedo attraverso i suoi occhi. Sono la cacciatrice. Scorgo la preda, lì davanti ai miei occhi. Sotto le dita, la pelliccia dell’orso è morbida, poi trasmuta. Sono capelli quelli che sto toccando ora: bianchi, soffici come muschio. La Madre Bianca solleva la testa e mi guarda. Nei suoi occhi c’è la risposta. Sono libera. Il mio sangue ha chiamato sangue: la testa di Yuit conficcata in un palo, spalmata di grasso di foca, balena come il succo spremuto di una bacca rossa matura. Lanciò un grido di vittoria, che si mischia alla mia risata selvaggia.
Oltre il corpo, mi sollevo leggera. Raggiungo le sorelle e mi unisco alla danza. In quella notte, ci offriamo alla Dea. Il nostro potere impregna la terra come latte denso e profumato.
La mia gente, il Popolo, venererà Inuit e le sue sorelle fino alla fine dei tempi.



-Rasmussen, guarda qua cosa ho trovato!-
L’uomo biondo, in tuta termica blu scuro, si avvicina al suo collega di spedizione. L’altro tiene nel guanto un gingillo d’osso. Rasmussen glielo prende di mano, lo solleva contro la luce del sole. Lo guarda. E’ un amuleto a forma d’aquila.  
Innua.
Un bisbiglio gli solletica l’orecchio.  
Innua.
Uno strillo acuto sopra di lui gli fa sollevare la testa. Un aquila artica si staglia contro il cielo, fiera ed enorme lancia il suo richiamo. Rasmussen infila il gingillo nella tasca e, in silenzio, s’incammina tra la neve.

Elisabetta Bricca @All the rights reserved

5 commenti:

Laura ha detto...

Che bello, Eli! Mi stavo chiedendo che fine avessi fatto e se continuavi a scrivere. A quando un tuo prossimo romanzo?

Elisabetta Bricca ha detto...

Ciao Laura, grazie!
certo che continuo a scrivere!
Sto lavorando a un nuovo romanzo, non romance però.
Spero di terminarlo a breve e di darti presto notizie.
Un abbraccio!

Emanuela v ha detto...

Molto bello, intenso. Stupenda la figura della Madre Bianca... Complimenti!!!

letizia paletta ha detto...

che dire? sei sempre tu che mi fai sentire queste sensazioni non so spiegarti perchè mi piace ciò che scrivi,ma so che è così.complimenti spero di poter continuare a seguirti con affetto letizia

Elisabetta Bricca ha detto...

Grazie di cuore, Letizia. Sono felicissima che ti sia piaciuto!
Un grande,affettuoso abbraccio.
E.