Visualizzazione post con etichetta leggili online. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta leggili online. Mostra tutti i post

lunedì 6 febbraio 2012

La grotta della sirena


Chi ha ucciso Monsieur Razour?

Morgana s’inginocchia accanto al cadavere ormai freddo del francese e osserva con occhio critico il sangue rappreso sui lembi del profondo squarcio. Un taglio netto, preciso, che ha reciso la giugulare, aprendo un piccolo tunnel scuro sul collo. Sgozzato.
Il nobile francese giace in una pozza rossa, vischiosa, che macchia e inzuppa le candide calze di Morgana.
C’è odore di terrore nell’alloggio sottocoperta, di urla stridenti e soffocate, di tenebra. Morgana rabbrividisce e passa una mano tremante sul volto di Monsieur, a chiuderne gli occhi spalancati nel vuoto. «Riposate in pace» sussurra a mezza voce.
Si rimette in piedi, pallida. Bisogna sbarazzarsi del cadavere, prima che imputridisca e porti pestilenza sul vascello.
«Ordinate di portare un sacco, Bertuce, e aiutatemi.»
Il suo secondo annuisce, gli occhi ancora fissi sul corpo senza vita di Monsieur.
Non sa, non immagina, eppure avverte il freddo brivido della morte sul collo.
Fuori, il cielo è striato del grigio scuro dei cirri. Un vento impietoso spazza il ponte della nave.
Occhi stanchi, spenti, seguono il misero corteo funebre. Il sacco viene issato e buttato a mare.
Le onde lo inghiottono.
«Signori» la voce di Morgana si alza rivolta all’equipaggio in fila.
E’fredda e tagliente, ma il cuore, dentro al petto, trema ancora.
«C’è un assassino tra noi, una bestia feroce e sanguinaria. Appena arrivati a Port Royale, prometto mille ghinee a chi la stanerà.»
Si alza un mormorio di stupore. Morgana si sofferma sui volti dei suoi uomini.
E’ avidità ciò che legge, un freddo luccichio negli sguardi. Un pirata si conquista solo con denaro sonante, pensa, con denaro e sangue.
Nel suo alloggio sottocoperta, le gambe minacciano di cederle. Morgana si siede, spossata dagli eventi. L’ago della bussola sul tavolo ruota come impazzito. Si preannuncia una tempesta.
Il vento sibila contro le vetrate piombate.
Una bottiglia di rum è ciò che le serve. Ne toglie il tappo con l’uncino che abbellisce il moncherino del braccio destro, e ne tracanna una lunga sorsata. Deve pensare. Ha bisogno di pensare.
«Capitano» il timbro caldo, basso, le riscalda il cuore più del liquore.
Morgana si volta e incontra gli occhi che tante volte le hanno acceso il fuoco dentro.
Si alza, si appoggia al tavolo, sta per cedere. Un braccio la sostiene per la vita.
Lei solleva il volto e nota un graffio sul bel volto.
«Capitano, siete stanca e provata. Lasciate che sia io ad occuparmi della faccenda.»
Morgana si scuote, gli punta in faccia uno sguardo feroce. «Sono io che comando qui, e sono io che do gli ordini. Non preoccupatevi per me, Gabriel, piuttosto… cosa avete fatto al volto?»
L’uomo si scosta un poco da lei e sorride. E in quella bocca perfetta, in quel bagliore perlaceo dei denti, a Morgana sembra di scorgere qualcosa di terribile.
Ma una voce acuta, meglio un grido, cattura la sua attenzione e quella del suo compagno.
«Brigantino olandese a tribordo!»
Morgana non riflette, afferra la sua sciabola e sale sul ponte. Gabriel è dietro di lei.
La pioggia batte fitta. Il sole di Port Royale è lontano.
In lontananza, l’imbarcazione, battente bandiera olandese, fende i neri flutti.
«Ci sono quasi addosso. Avete in mente, capitano, come contrattarete ora? Il nostro ostaggio, l’ambasciatore francese di Port Royale, è stato ucciso, e gli olandesi avranno ora il pieno dominio sui traffici di merci.» Gabriel scruta i nemici avvicinarsi, con espressione torva.
«Non dobbiamo contrattare. Dobbiamo combattere.» Morgana alza il braccio e l’uncino brilla di riflessi argentati al pallido sole. « Caricate i cannoni. Al mio segnale, fate fuoco!»
L’equipaggio si affretta a prendere posizione. Dritta in piedi sul pontile del vascello, Morgana segue con il canocchiale l’avvicinarsi del nemico. Ma ha fatto male i suoi calcoli. Di colpo, i cannoni olandesi fiammeggiano con uno scoppio assordante. Una palla schiva di striscio la fiancata del vascello.
Morgana perde l’equilibrio e cade di schianto contro una matassa di funi. Gabriel è subito accanto a lei e l’aiuta ad alzarsi, tra il caotico fuggi fuggi dell’equipaggio.
«Fuocooooo!» urla lei con quanto fiato ha in gola. Le bocche di fuoco sparano, le palle piovono sul brigantino olandese, che è ormai a così poca distanza che Morgana può vedere i rostri pronti per l’arrembaggio.
La collisione è violenta. Di lì a breve, gli olandesi si riversano come uno sciame di locuste sulla SeaWitch.
Gabriel si para davanti a Morgana, impugna la pistola e spara un colpo. L’olandese cade a terra davanti ai suoi occhi.
Morgana incrocia la spada, tira calci, sfigura volti con l’uncino. Nel bel mezzo della battaglia, lo scontro infuria e il nostromo tracanna una bottiglia di rum, cantando a squarciagola, mentre taglia gole con il suo spadino.
Il fuoco ha attaccato l’albero maestro, la vela brucia. La stiva imbarca acqua. Tutto è perduto.
La Seawitch affonda lentamente.
Gabriel afferra Morgana per un braccio e la costringe a guardalo. «Dobbiamo abbandonare la nave!» Ha il viso sporco di sangue, il fiato corto.
Lei scuote la bella testa bionda. «Non lascerò i miei uomini!»
Ma prima che possa rendersi conto del volgersi degli eventi, Gabriel la solleva di peso e si lancia oltre il boccaporto della nave.
Il mare si chiude sopra le loro teste. Riemergono lentamente e con grande sforzo.
La corrente li trascina sul fondo. Morgana è abbandonata contro il corpo di Gabriel, ha perso conoscenza.
Lui la tiene stretta per la vita, mentre cerca di rimanere a galla, nuotando tra i corpi che galleggiano a pelo d’acqua. Un pennone cade a poca distanza da loro, sollevando schizzi violenti.
La Seawitch è un rogo e lapilli incandescenti piovono dal cielo.
Gabriel avanza, spingendosi sulle gambe, il freddo gli penetra nelle ossa.
Sente che sta perdendo energie e il peso di Morgana lo trascina all’indietro.
Riesce ad aggrapparsi a qualcosa: è un pezzo di pennone del vascello, la sua ancora di salvezza.
La corrente li trascina via, tra i corpi e le fiamme, lontano dall’inferno.
In un ultimo gesto disperato, Gabriel issa Morgana, facendole appoggiare la pancia sul pezzo di legno, poi perde conoscenza.

E’ un sole accecante, quello che lo sveglia. Gabriel socchiude gli occhi, il riverbero delle onde gli ferisce la vista, nascondendogli la visuale.
Si sente intirizzito. Subito controlla Morgana accanto sé. Il capitano non ha ancora ripreso conoscenza. Le accarezza docilmente i capelli zuppi e ondulati, intrisi di salsedine, che le danno l’aspetto di un’affascinante Medusa.
Volge lo sguardo difronte a sé. E’ un lembo di terra quello che vede o solo un miraggio?
Stende le gambe, e pur se con grande sforzo, riesce a muoverle sott’acqua.
Stringe i denti e nuota, spinto dalla forza della sofferenza. Devono sopravvivere, o tutto sarà perduto.
E quando Gabriel capisce che il lembo di terra è reale, una forza sconosciuta, quasi inumana, s’impadronisce di lui.
S’impone di muoversi lentamente. Affondi pacati ma profondi.
E’ quasi il tramonto, quando approdano. Gabriel stende Morgana sulla riva e si adagia al suo fianco. E’ senza fiato, stremato, ma il fruscio delle onde, che prima gli invadeva la mente come un incubo, è ora per lui una dolce melodia. Chiude gli occhi e si lascia cullare.

Morgana è distesa a pancia in sotto, il viso girato di lato. Sente la gola rasposa, la bocca asciutta e piena di sabbia. Ha sete, tanta sente. Non può muoversi, ha le braccia e le gambe pesanti. Emerge a rilento da un pesante stato di torpore, un grido acuto di rapace la sovrasta. L’unica consapevolezza, oltre a quella di essere ancora viva.
Dischiude le palpebre, mentre un’improvvisa e leggera brezza le accarezza il viso. E poi qualcosa di acuminato e freddo la punge al collo, sotto la nuca.
«Alzatevi, capitano» Una voce maschile, gelida come il bagnasciuga su cui ha posato il viso. cala sulla sua testa.
Morgana realizza solo in quel momento di avere i polsi e le caviglie legati. A fatica, riesce a mettersi in ginocchio. I capelli le ricadono in una massa aggrovigliata sul volto. Scuote la testa con rabbia e volge uno sguardo torvo verso il suo carceriere.
«Qual è il vostro gioco, Gabriel?» Non sa, non riesce a immaginarlo. Lo stupore si mischia nel suo cuore al senso di delusione e collera.
L’uomo si perde per un attimo davanti alla bellezza così inusuale della donna e un brivido gli scorre sotto la pelle. Ha bisogno di sentire il sapore di quelle labbra una sola volta. L’ultima.
Cala impietoso il volto su quello di lei, bloccandole la nuca con una mano, impedendole in questo modo di ritrarsi, persino di respirare. Morgana si irrigidisce, tenta di mordergli la bocca, ma Gabriel è più forte di lei. La costringe a reclinare la testa all’indietro. Rivoli d’acqua le scendono dai capelli lungo la spina dorsale. Sembra, agli occhi di Gabriel, una sirena voluttuosa e terribile.
Il bacio la saccheggia avidamente, fino a farle male all’anima.
Poi, di colpo, si ritrova di nuovo bocconi sulla sabbia bagnata, spinta dalla collera dell’uomo.
Si rimette a fatica in ginocchio. Alza la testa e lo affronta. Testarda, sfrontata.
«Cosa volete?» La voce sibila fuori dalle labbra spaccate dalla salsedine.
Gabriel fa vibrare il coltello e la lama taglia l’aria, poi glielo punta dritto in faccia.
«Il vostro oro, che altro? Vi avevo sopravvalutata, capitano. Non siete arguta quanto avevo creduto.»
Lei sputa con disprezzo a terra. «Siete stato voi a uccidere Razour»
Gli occhi di Gabriel scintillano di bagliori verdi. «Gli olandesi mi hanno pagato in fiorini sonanti per toglierlo di mezzo. E me ne daranno altrettanti, quando gli consegnerò la vostra testa. Sarò io a gestire il traffico di merci di Port Royale, e mi prenderò il tesoro che avete nascosto nella grotta della sirena.»
«Non contateci, maledetto. Non troverete mai quell’oro!»
Gabriel ride. Si burla di lei e Morgana avvampa di sdegno. Vorrebbe saltargli al collo, sfregiarlo e poi ucciderlo.
L’uomo le scioglie il polso munito dell’uncino e comincia a svitarlo lentamente. Morgana strattona il braccio per liberarsi, ma la mano che la tiene immobilizzata sembra essere fatta d’acciaio.
Gabriel ne sfila un sottile laccio di cuoio, alla cui fine è annodata una chiave. La stringe nel pugno.
Morgana china il capo, sconfitta.
«Che succede, capitano? Non siete più tanto sfrontata ora…» Ride ancora, Gabriel, e le afferra la nuca per imprimerle un bacio insolente. Morgana subisce la durezza di quelle labbra sulle proprie, ma nonostante l’umiliazione, non una lacrima le bagna il viso.
Il mare si gonfia e romba sotto le sferzate del vento. Il cuore di Morgana grida. Sa che deve morire e per mano dell’uomo che ha amato in segreto.
«Avanti!» incita con coraggio, «se dovete farlo, fatelo, ma in fretta!»
Espone la bianca gola, e punta lo sguardo dritto in quello di lui. Implacabile, Gabriel cala l’arma con un unico e deciso movimento del braccio.
Morgana scatta in avanti ferina e lo colpisce forte con la testa alle gambe. Gabriel perde l’equilibrio e rovina bocconi a terra.
Il capitano impugna il coltello e, in un lampo, taglia le corde che la legano. Morirà, probabilmente, ma lo farà da donna libera. Avverte l’urlo alle sue spalle. Sa che, a breve, lui le sarà addosso.
Corre, Morgana. Corre a perdifiato sulla sabbia bagnata. Le gambe pesanti, eppure non si arrende.
Il vento le accarezza il volto, portando via le sue lacrime. Piange per amore.
Un amore sognato, perduto e mai assaporato.
Sente la presenza di Gabriel alle sue spalle, il fiato ansante che quasi le sfiora il collo. Un ultimo sforzo. Avanti! Si spinge nell’acqua fino alla vita. Lui arranca dietro di lei, le ordina di fermarsi.
L’acqua fredda le toglie il respiro. Avanza testarda verso il proprio destino.
Di colpo i piedi affondano, non hanno più appiglio. Morgana sparisce sott’acqua. Annaspa, protende le braccia in alto, nuota, cerca di riemergere. Qualcosa l’attanaglia, la tira sul fondo. Scalcia, apre la bocca per urlare. L’acqua salata le invade i polmoni. La testa le scoppia.
Il mare si chiude sopra di lei. Lascia che i flutti la trasportino sul fondo, e che la cullino tra le loro braccia gelide; ma un trillo acuto le penetra nella testa.
Un suono selvaggio che le squarcia la mente sino al cuore. Morgana apre gli occhi.
E la vede: un guizzo argentato della coda, due occhi penetranti e piccoli seni. Ha la chioma lunga, del colore della luna. Si guardano. La sirena l’afferra per un braccio e la trascina con sé. Morgana è stupita di come riesca a respirare, di come si senta leggera e totalmente incantata. E’ una bimba che si affaccia a un mondo fiabesco e misterioso.
Anemoni di mare e coralli decorano l’entrata di una grotta. La sirena si volta verso di lei ed emette un sibilo melodioso. Il piccolo volto dal mento appuntito si tira in un sorriso.
Morgana scorge un vivido bagliore sfavillare nel buio dell’antro: è oro.
Annuisce, la gloria e il potere l’avvolgono come un manto regale.
La creatura marina la scruta incuriosita, poi alza un canto ipnotico e sontuoso. Morgana chiude gli occhi e si lascia trasportare. Sa che è solo la fine di un nuovo inizio.

mercoledì 17 agosto 2011

Rocce

Deserto. Nell’anima mi perdo, senza destinazione.
L’occhio lacrima al riverbero. Il sole: accecante.
La pelle il vento accarezza; d’istinto represso il cuore sanguina.
Cerco.
Sulla linea dell’orizzonte, un avvallo di roccia, seni di donna. Ricorda i miei.
Avanzo, fronte alta.
Respiro: Il buio della grotta. Anelli di gechi sulle pareti di un chiazzato biancore.
Rocce. Il tocco riscopre la primordiale poesia. Umida, densa, parafrasi di vuoto. Eppure, il tepore mi avvolge.
Anfratti arcaici si mostrano. Raccolgo la sfida di muta purezza. Sento il grido della civetta. La notte. E’ qui.
Sdraiati, sussurra, dimentica. Sciogli i capelli.
Srotolo: groviglio di seta lambisce i fianchi. Io, la figlia, madre matrigna, il peso ho portato per ogni peccato. Dolore.
Strappo sul fianco: corona di spine.
Le palpebre si chiudono: la visione incalza. Nuda mi ergo su foglie caduche, tra case antiche con occhi aperti.
Ombre. Grido di creazione. Partorirai e soffrirai… Eco di condanna, senza requie.
Caduta sulla terra, donna tra le donne, viaggio sul baratro che scinde luce e oscurità. Non odo più il verso della civetta.
Sfiorato dal giorno, il filo dei pensieri si spezza. Lascio la grotta alle spalle.
Davanti al mio sguardo, il verde (acerbo) contamina. Linee tracciano disegni contro il cielo diafano. Tronchi contorti, chiome spettinate. Capelli come crine di puledra contro il blu. Baluardo femmineo, prisma di cuore.

domenica 24 luglio 2011

Rosso Apocaliptica


Nel 1794 Parigi è nel pieno della rivoluzione francese, durante il periodo del Terrore. La disperazione degli uomini semina morte, insanguinando la città. In una soffitta, Blanche, la figlia di Madame, l'alchimista, attende che il proprio destino si compia, ma una creatura sconosciuta e crudele la guiderà in una dimensione sconosciuta quanto catartica. Lui è uno degli angeli dell'Apocalisse ed è venuto a reclamare la sua anima.

Potete scaricare il racconto, in formato ebook, sul sito della casa editrice. Qui: www.lite-editions.com

Buona lettura!

martedì 24 maggio 2011

Parigi... encore...

Il mio racconto erotico uscito sul numero 0 della rivista bimestrale Romance Magazine (www.romancemagazine.it).
Enjoy!


La Senna scorre docile sotto gli occhi di Sabine, occhi grigi come il cielo sopra la sua testa. Occhi che guardano il fiume fluire, come se tutto il mondo vi fosse racchiuso dentro. Uno spiffero le s’infila tra le vertebre della colonna dorsale, strappandole un brivido gelido. Si stringe nel cappotto di lana bouclé, avvolge la sciarpa intorno al collo. Calore: ha bisogno di calore.
– Tout va bien, mademoiselle?
Sabine si scuote e ruota il viso verso la voce. Incontra lo sguardo dolcissimo dell’uomo anziano che la scruta preoccupato, tenendo in braccio un cagnolino.
Si accorge di stringere qualcosa tra le mani: è un libro di poesie: Arthur Rimbaud… Il divino poeta, il suo poeta.
– Sì… credo di sì. Je vous remercier, monsieur.
L’uomo tentenna un poco, poi si tocca il cappello in segno di saluto prima di andarsene poco convinto.
Sabine torna a guardare la Senna. è un bel salto giù fino alle acque dorate, eppure basterebbe solo un po’ di coraggio per raggiungere il fondo e la fine. Stringe più forte al petto il libro di poesie, ne recita a memoria, sottovoce, un passo. Solleva una gamba, sta per arrampicarsi sul muro. Le lacrime le offuscano la vista.
Ma l’occhio capta uno svolazzo bianco poggiarsi sul marciapiede. E solo allora, Sabine ricorda. Un indirizzo, un numero; l’appuntamento.
Sorride tra le lacrime. Qualcuno la chiama donna di piacere, altri cocotte. Tanti, la maggior parte, puttana. Perché questo è lei. Una falena che vive di notte desiderandobruciare di luce. Finché di troppa luce non si muore.
Una mano invisibile la trattiene, le cala un velo sui funesti pensieri. Ancora una volta, un poco di vita prima di chiudere per sempre. Con quella vita, la sua.
Guarda ancora il foglietto bianco galleggiare sopra la pozzanghera. Improvvisa si china a raccoglierlo: Les Carpentiers, c’è scritto. è uno dei migliori ristoranti di Parigi.
Sabine sa che sarà lì ad aspettarla.
Il freddo le gela le lacrime sul viso; le asciuga con il dorso della mano, con un gesto quasi rabbioso.
Una riga di mascara sfatto le macchia la pelle.